Nutrire la vita giunge al suo terzo capitolo, un’occasione per riflettere e fare scelte consapevoli.
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DI SEGUITO IL TESTO DELLA CONFERENZA:
Nutrire l’anima
Stezzano, 18 aprile 2025
Noi ci comportiamo con l’anima (e con Dio) come ci comportiamo con il pane.
Quando il tavolo della cucina è pieno di tante cose gustose la prima cosa che avanza è il pane. Così nella nostra vita, quando siamo sazi di mille cose anche l’anima (cfr Dio), come il pane, ci avanza! [ * dicendo “anima” potremmo dire anche Dio perché è l’anima è la presenza di Dio in noi, la sua voce, la sua premura].
Quando vogliamo metterci a dieta la prima cosa che evitiamo è il pane. Così quando puntiamo tutta l’attenzione su noi stessi e sul gradimento degli altri l’anima (Dio) è la prima cosa che mettiamo da parte.
Quando ti prende la fame e hai qualcosa che ti rode dentro la prima cosa che cerchi è un pezzo di pane. Così nella nostra vita, quando hai fame di senso allora l’anima (Dio), come il pane, è la prima cosa che cerchi.
L’anima (Dio) ha le qualità del pane.
L’anima (Dio) come il pane, è davanti a te ogni giorno, sempre fresco, nuovo, rinnovato, e come il pane, è quotidiano.
L’anima (Dio), come il pane, è tanto buono da lasciarsi mettere da parte.
L’anima (Dio), in fine, ha il sapore del pane. Un sapore che non si impone, non copre i gusti, ma li accompagna e li rende sostanziosi.
L’anima (cfr Dio), come il pane, accompagna la nostra vita quando è dolce, quando è piccante, quando è amara.
Il cucinare è la prova dell’esistenza dell’anima.
Sono due le cose che differenziano gli uomini dagli animali.
Parlare? No, anche gli animali comunicano. Scrivere? No, gli animali segnano il territorio. Non è la matematica, basta pensare alla struttura di un alveare. Non sono le città, basta guardare un formicaio. Non sono i sentimenti o la fedeltà, basta lo scodinzolare di un cagnolino. Non sono il piangere o il ridere, se si pensa alle lacrime di coccodrillo o alle iene ridens.
L’uomo si differisce dagli animali per due cose: la prima è il prendersi cura, come cucinare e come curare/medicare. Gli animali si nutrono, l’uomo cucina. Quando l’uomo si nutre solo si animalizza. Il prendersi cura della quotidianità, diventa poi curare quando c’è una malattia, un incidente, un bisogno. La seconda caratteristica che differenzia l’uomo dall’animale è che diventa rosso. È l’interiorità, l’emozione in positivo, la vergogna in negativo.
Lo dimostrano alcune usanze e superstizioni sul cibo e alcuni stili gastronomici.
La tavola insegna a nutrire l’anima con la scelta di essere “consum-attori”
Spesso ci riduciamo ad essere consumaTori. Diverso è essere consum-aTTori.
Per nutrire l’anima, allora, l’attenzione non va a COSA c’è nel piatto, ma a CHI c’è seduto accanto a te (o a chi dovrebbe esserci o a chi vorresti che ci fosse). Dacci oggi il “nostro” pane quotidiano, ci insegna a dire Gesù. Il pane quotidiano non è mai “mio” ma è sempre “nostro”.
Compagno deriva da “cum panis”, cioè colui che condivide il pane. E il cibo stesso è cum-panis, “ciò che sta col pane”, il com-panatico. Il compagno ha il potere di cambiare e determinare il tempo del cibo (si cucina sempre “per” qualcuno, altrimenti è un pit-stop per ricaricare carburante), lo spazio dato al mangiare, la qualità del cucinare. È un rito liturgico per la sua sacralità. Non sempre si cucina allo stesso modo! C’è la cucina feriale, in cui ci si nutre con gioia ma nella sobrietà; c’è il pasto, il banchetto che interrompe la ferialità dei giorni per dire l’insperabile, per celebrare ciò che accade poche volte e per grazia; c’è il pasto del bambino che abbisogna di cibi adeguati; c’è il pasto per l’anziano, che richiede una misura e una leggerezza… infine c’è l’arte di differenziare per ogni gusto e bisogno.
Nell’antica Grecia il pasto era detto logodeipnon, banchetto di parole. In latino è convivium da cum-vivere: unisce mangiare e vivere insieme.
Attorno alla tavola noi ci nutriamo non solo con il cibo ma anche con l’altro. Le dinamiche relazionali sono modi con cui si usa l’anima nei rapporti. Ci sono:
– legami di prospettiva: all’interno della società, ma anche della famiglia o del gruppo (ad es. c’è il capotavola? chi si siede?). Chi cucina per non preparare “mappazzoni” che sanno di tutto e dunque di niente, sa che deve innanzitutto separare: tagliare, affettare, sminuzzare e scartare. La differenza tra i cuochi e gli assassini è che questi maneggiano lo stesso coltello ma come arma: cucinare è invece far vivere. Così, nella vita siamo chiamati a prendere decisioni: ogni scelta ci separa dalle altre possibili strade che avremmo potuto imboccare. È saper mescolare ingredienti che non c’entrano nulla uno con l’altro, affinché la specificità di ciascuno finisca per valorizzare gli altri;
– legami di partecipazione: l’essere seduti a tavola è il primo segno di appartenenza al gruppo (ad es. siediti con noi!); è conoscenza, confronto, condivisione. Chiediamoci: di cosa ho fame? nelle relazioni come mi nutro? come le gusto? cosa mi riempie? chi mi sazia? o non mi basta mai nulla? cosa non digerisco? chi mi fa venire bruciore di stomaco? e io come, quando, perché sono pesante, indigeribile, amaro?
– legami di intimità: ad esempio invitare a cena è un passo del corteggiamento; il mangiare frequentemente insieme a un capo lo toglie dal piedistallo; se si vuole ristabilire distanza da qualcuno si dice “ho mai mangiato a casa tua?”, al contrario quando cresce l’intimità si passa dal salotto alla cucina;
– legami di valorialità: attorno alla tavola si discerne il bene dal male, ci si educa, ci si confronta, ci si scanna. È il tribunale più vero, è il crash-test più forte.
La tavola insegna a nutrire l’anima allargando la mente e il cuore
Mi aiuta a capirlo la pagina di un romanzo di Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve (che è di una attualità incredibile e provocante).
«Busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune… Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. “Spaziba”, dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto… Così è successo. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esservi stata tra gli uomini… In quell’isba si era creata… un’armonia che non era un armistizio… Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini… Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere».
La tavola insegna a nutrire l’anima con il valore dell’altro
Sedere in 13 a tavola porta male perché ricorda l’ultima cena, dove uno tradisce (Giuda), uno deve morire (Gesù) e tutti sono braccati dalla paura (apostoli). Il boccone di Giuda è interpretato come l’atto di accusa di Gesù, in realtà era il gesto del capo famiglia che prendeva il boccone più prelibato e lo dava al più piccolo, al più debole o all’ospite d’onore (tutti prendevano dallo stesso piatto nel mezzo). Quindi è ben diversa l’intenzione.
La tavola insegna a nutrire l’anima con la preziosità della vita
Il sale rovesciato porta male perché il lavoro veniva retribuito con il sale, merce rara e preziosa. Da qui deriva “salario”. Era usato pure come moneta di scambio (“oro bianco”). Far cadere il sale era perdere il guadagno di ore di lavoro. Gli Antichi Romani offrivano il sale in segno di ospitalità e lasciarlo cadere significava rompere il patto di lealtà, vincolo sacro. Nel dipinto “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci si vede del sale rovesciato sulla tovaglia come segno di distruzione (veniva sparso sulle terre coltivate conquistate per bruciare i germogli dei raccolti). Per questo simbolicamente si butta un pizzico con la mano destra (quella di Dio) sulla spalla sinistra (contro il diavolo). Da qui, passarsi la saliera, senza appoggiarla, porta male perché c’è il rischio che cada il sale.
La tavola insegna a nutrire l’anima con l’essenzialità della fiducia
Versare il vino con il palmo della mano verso l’alto è “alla traditora” perché nel rinascimento era possibile nelle corti che certi anelli avessero degli spazi nascosti in cui poter mettere del veleno che versando così poteva riversarsi nel bicchiere senza che ce se ne accorgesse.
Chi hai accanto puoi vederlo come avversario che ti ruba qualcosa da cui difenderti perché vuole farti male, o come prossimo che ti dona qualcosa da cui ricevere perché ti vuole bene. Accanto è un posto per pochi, anche a tavola. Gli altri spesso sono solo vicini, troppe volte solo appiccicati.
La tavola insegna a nutrire l’anima con la ricchezza della lentezza (slow food)
I confetti di mandorle per le nozze venivano usati già nell’antica roma dalle famiglie nobili. Non conoscendosi ancora lo zucchero si usava un impasto di miele e farina.
Il significato simbolico è ricco: in primavera il mandarlo è il primo albero a fare il fiore e l’ultimo a fare frutto. Un frutto che non è commestibile, ma bisogna andare al nocciolo che è da aprire con fatica (e quindi alla fine ha un suo perché anche “chi rompe”). Solo allora si ha la mandorla e questa fatica compensa di dolcezza ogni retrogusto amaro. Una sintesi del cammino di maturazione di coppia.
La tavola insegna a nutrire l’anima con l’importanza del supportarsi
La torta di compleanno, nasce come segno per scacciare spiriti maligni: lo spegnere le candeline è un rituale scaramantico contro le energie negative. Solo nell’ultimo secolo diviene espressione di un desiderio. Qui sta la differenza tra sopportarsi e supportarsi (che è tenersi-su e su-portarsi cioè alzare il livelo), perché a volte il boccone è amaro, o non piace, o non riesci a digerirlo, o ti va di traverso.
La tavola insegna a nutrire l’anima con il coraggio dell’umiltà
Il termine “ministro” viene da “chi ha il mestolo della minestra” e quindi il potere di rispondere al bisogno di ciascuno. Il pane quotidiano non è mai “mio”, ma sempre “nostro”. Uno chef deve anzitutto saper separare: tagliare, affettare, sminuzzare e scartare. Il passo successivo è saper amalgamare ingredienti che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, affinché la specificità di ciascuno finisca per valorizzare gli altri.
La tavola insegna a nutrire l’anima con la riconoscenza
Il pane spesso era l’unica alimentazione e simbolo del sudore e del lavoro da qui derivava l’obbligo di baciare il pane quando cadeva in terra, di non “giocarci” o baciarlo se ammuffito perché non curato andava buttato. La mia nonna mi diceva “daga mia del te al laorà!” porta rispetto al lavoro e alla fatica, dagli del lei.
Se il pane veniva posto a rovescio sulla tavola, veniva considerato un segno che portava male. Nel XV secolo, il re di Francia, Carlo VII, aveva sancito una tassa in natura a favore del boia. Il pane destinato dai panettieri a questo personaggio non piacevole veniva posto sul bancone rovesciato.
La tavola insegna a nutrire l’anima con la forza dell’interiorità
Le Uova a Pasqua hanno un denso significato: il guscio rappresenta il sepolcro di Cristo, l’albume la luce della risurrezione, il tuorlo la vita nuova, che dona grazia e salvezza (da qui la sorpresa all’interno).
Se un uovo si apre dall’esterno si fa la frittata, invece se si apre dall’interno genera una vita nuova.
La tavola insegna a nutrire l’anima con la presenza di Dio
Dio stesso si mette a tavola. Il rapporto con Dio nella storia delle religioni si rapporta col cibo: prima Dio chiede cibo (i sacrifici), poi Dio si siede a tavola (le apparizioni), infine Dio si fa cibo (solo il Dio di Gesù cristo).
Gesù ha capito che non gli conveniva entrare per il cervello perché lo spazio era accatastato e disordinato da mille altre cose spesso più capaci di attirare la nostra attenzione o di distrarci nel bene e nel male.
Ha capito che non gli conveniva nemmeno passare con il cuore perché le onde dei nostri sentimenti sono sempre molto incerte passando dalla calma piatta alle tormente. Allora ha deciso di passare dalla bocca: “questo pane è il mio corpo, prendete e mangiatene!”. Dio entra in noi e noi lo portiamo dentro: è im-portante. Curioso che quando qualcuno diventa significativo per noi è dentro lo stomaco: fa venire le farfalle per amore, l’acidità per il nervoso, l’ulcera per la delusione, il mal di pancia per la paura.
Pane e vino sono due elementi apparentemente semplici che in realtà sono il risultato di una catena lavorativa complessa di più persone e esigono premura, altrimenti il pane si rafferma e il vino diventa aceto. Sono poi due dinamiche opposte: il pane si fa impastando, mettendo insieme, amalgamando elementi diversi; il vino di fa disfacendo, potando e pigiando (il vino fa sangue). Racchiudono due tempi di vita: la ferialità del normale e la festa del brindisi.
La stessa sacralità della vita (al di là delle religioni) usa “la bocca”: la prima percezione d’amore il bambino ce l’ha succhiando la mamma; la mamma esprime amore al figlio dicendo “ti mangerei”; i gesti dell’intimità amorosa di coppia hanno il concetto del “voglio gustarti e nutrirmi di te”.
La tavola – infine – insegna a nutrire l’anima con autocoscienza e autostima
Per lo chef Davide Oldani le regole della cucina stanno nelle vocali AEIOU – Amore, Educazione, Intraprendenza, Obbedienza, Umiltà. Rielaboro questa sua bella idea.
A di Attenzione. Lo chef dice: “Significa mettere tanta passione in quello che si fa, con pazienza e spirito di sacrificio”. Quante volte i rapporti diventano disgustosi e indigeribili proprio perché ci manca passione, pazienza, sacrificio.
E di Educazione. Per lo chef “vuol dire innanzitutto rispetto. Rispetto della materia prima, di chi ti insegna, di chi ti aiuta, della gente per cui prepari, delle idee altrui. Non pestare i piedi”. Nelle cucine degli chef, almeno in TV, tutto luccica, nelle cucine di casa nostra invece spesso esce il peggio di noi: le pretese, il buttare sugli altri la nostra stanchezza accumulata, il nostro voler sempre avere ragione. In cucina troviamo di tutto tranne il rispetto delle esigenze e dei momenti di chi c’è con noi. Manchiamo di buona educazione proprio con chi ci è più vicino.
I di Intraprendenza. È il terzo suggerimento dello chef Oldani: “È il non accontentarsi, ma insieme il non eccedere a stra-fare. È il saper osare, con l’accortezza a non sprecare”. Noi siamo abituati a tritare tutto e tutti. Tutto ci è dovuto. Ciò che non ci piace lo buttiamo, chi non ci piace lo scartiamo. Quanto ci serve capire che spesso nella vita ci sono persone, che come gli ingredienti in cucina, si sacrificano per me. Abbiamo bisogno di riscoprire il valore delle piccole cose: senza strafare, senza sprecare, senza far scadere i rapporti.
O di Obbedienza. Dice: “Obbedienza alle ricette e alle stagioni. Alla ricetta della nonna. Alla saggezza. Al nostro sentire. Obbedienza alle regole insegnate e a quelle che ci diamo da soli”. Obbedire non è eseguire arido, ma è “seguire” un percorso interiore, viene dal latino “ob-audire” cioè “ascoltare in profondità, sentire dentro”. Abituato come sono a mangiare precotto scaldato al micro-onde resto sempre affascinato dalla magia di chi sa cucinare. Non è un eseguire dei comandi, ma un metterci cuore e fantasia. Quante volte invece nei rapporti tutto è surgelato e precotto. Non ci coinvolgiamo. Tutto è solo a nostro uso e consumo: apposto noi, gli altri si arrangino.
U di Umiltà. “Prima e sempre umiltà di imparare. Poi umiltà è condividere con gli altri soddisfazioni e delusioni, gioie e dolori. E condividere i buoni risultati e i fallimenti. Non sputare mai nel piatto in cui si mangia. Criticare, sì. Ma senza prevaricare e senza offendere”.
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La tavola insegna a nutrire l’anima con la scelta di essere “consum-attori”
La tavola insegna a nutrire l’anima con mente aperta e cuore largo
La tavola insegna a nutrire l’anima con il valore dell’altro
La tavola insegna a nutrire l’anima con la preziosità della vita
La tavola insegna a nutrire l’anima con l’essenzialità della fiducia
La tavola insegna a nutrire l’anima con la ricchezza della lentezza (slow food)
La tavola insegna a nutrire l’anima con l’importanza del supportarsi
La tavola insegna a nutrire l’anima con il coraggio dell’umiltà
La tavola insegna a nutrire l’anima con la riconoscenza
La tavola insegna a nutrire l’anima con la forza dell’interiorità
La tavola insegna a nutrire l’anima con la presenza di Dio
La tavola insegna a nutrire l’anima con autocoscienza e autostima…
E quindi? La conclusione la cedo alla sapienza di una mamma nella sua cucina.
Una ragazza, che non ce la faceva più, chiese alla madre: perché valeva la pena vivere una vita così difficile? Era stanca di combattere! Non appena pensi di aver risolto un problema, subito un altro si affaccia e ti schiaccia… La madre andò in cucina, prese tre pentolini e mise bollire nell’acqua nel primo delle carote, nel secondo delle uova e nel terzo del caffè solubile. Poi presentò alla figlia le carote, le uova e versò il caffè. La donna invitò la ragazza ad osservare con attenzione: le carote erano molli e si disfacevano con facilità, le uova erano diventate sode, dure e compatte, il caffè scuro aveva un ricco aroma profumato. Allora domandò: “Che cosa mi hai voluto dire, mamma?”. La madre le spiegò che ogni oggetto ha dovuto fare i conti con l’acqua bollente, ma ognuno ha reagito in modo diverso. La carota prima era dura, solida, compatta, ma scottata dall’acqua bollente, si è rammollita ed è diventata friabile. L’uovo era fragile fuori ma vivo dentro, però scottato, si è inaridito, indurito, ha perso la promessa di vita che era, e il suo guscio di protezione si è tutto incrinato. Il caffè solubile, invece, ha reagito in modo unico: ha cambiato l’acqua! “Tu come sei?” domandò la madre alla figlia. “Quando il dolore bussa alla tua porta, come rispondi? Sei carota, uovo o caffè? Ci hai mai pensato? Sei come la carota che sembra forte, ma nel dolore e nell’avversità diventa molle e perde la sua solidità? Sei come un uovo, che ha il cuore tenero e pieno di vita, ma che con i problemi si irrigidisce, si impoverisce e vede creparsi tutto il suo guscio di sicurezze? O sei come il caffè che affronta l’acqua bollente al punto tale da cambiarla, da trasformarla? E proprio mentre si scotta rilascia tutta la sua fragranza, tanto che tu puoi addirittura bere quell’acqua bollente! Se sei come il grano di caffè, quando la vita ti scotta, è proprio il momento per far uscire il meglio di ciò che sei. Così la sofferenza (come dice San Paolo addirittura della morte) in Cristo “non è tolta, ma è trasformata!”. L’acqua bollente scotta comunque, non ci sono scappatoie, la questione sta nel come tu decidi di starci dentro”.